Uscire dall'Euro? C'è modo e modo




Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?
di Emiliano Brancaccio


La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione. Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia, Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18, 19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi, logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli ad opera dei più forti. [...]

[...] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di “mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale, caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa. Stando dunque alle dinamiche in corso, in un arco di tempo non particolarmente esteso i paesi periferici dell’Unione potrebbero essere ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà sempre più spesso a situarsi al centro del continente.
Naturalmente, sarebbe un’ingenuità teleologica considerare scontato un simile esito. Esso, infatti, incontra forti resistenze da parte delle rappresentanze politiche dei capitali periferici. Gli sviluppi dello scontro che ne consegue, tutto interno agli assetti capitalistici europei, allo stato dei fatti restano incerti. Coloro i quali tuttora sperano in una ricomposizione degli interessi con i capitali centrali dell’Unione, invocano di continuo una riforma degli assetti istituzionali europei, che riequilibri i rapporti tra i paesi membri o consenta almeno di mitigare i tremendi effetti della mezzogiornificazione delle periferie. Fino a questo momento, tuttavia, si è trattato di vani auspici.
Alcuni avevano sperato che la crisi europea potesse costituire un’occasione per aprire un confronto politico sugli squilibri strutturali generati dall’attuale regime di accumulazione trainato dalla finanza privata, e sulla esigenza di sostituirlo con una moderna visione di “piano”, che conferisse ai poteri pubblici il ruolo di creatori di prima istanza di nuova occupazione. Fino a questo momento, tuttavia, questi temi non hanno quasi per nulla attecchito nel dibattito europeo nemmeno a sinistra, figurarsi tra le istituzioni. A un livello più modesto, anche la speranza dei partiti progressisti di rinsaldare l’unità europea tramite l’adozione di “standard” salariali e del lavoro, è immediatamente naufragata di fronte all’opportunismo della socialdemocrazia tedesca, ostile a qualsiasi ipotesi di coordinamento europeo della contrattazione. Ed ancora, persino l’auspicio minimale dei governi periferici, di mitigare la crisi finanziaria attraverso un’unione bancaria e una connessa assicurazione europea dei depositi, sembra venir meno di fronte alla opposizione dei tedeschi, intenzionati a favorire anche in campo bancario processi di centralizzazione dei capitali di tipo darwiniano.

La deflazione salariale si sta rivelando inefficace
Stando così le cose, il tentativo di ricomporre il conflitto tra capitali europei resta affidato a una sola ricetta, ben delineata in questi mesi dalla Banca centrale europea: la crisi dei capitali situati nei paesi periferici, e la conseguente mezzogiornificazione delle periferie europee, potrebbero essere attenuate solo da un abbattimento dei costi del lavoro per unità di prodotto. Se cioè riducessero il costo unitario del lavoro, i paesi periferici potrebbero recuperare competitività e sarebbero quindi in grado di ridurre il loro disavanzo verso l’estero senza ricorrere alle politiche di austerità o, quanto meno, ricorrendovi in misura meno accentuata di quanto non facciano oggi. Tale proposta incontra oggi molti sostenitori presso le istituzioni europee: Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce, è uno dei suoi più espliciti sostenitori. Senza dubbio, essa ha almeno il merito di chiarire che i problemi dell’eurozona riguardano soprattutto i conti esteri dei paesi membri, non i conti pubblici.
Ma qual è l’ordine di grandezza del mutamento che tale ricetta implicherebbe? Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, tempo fa cercò di stimare l’abbattimento del costo del lavoro che sarebbe necessario per rimettere in riequilibrio i conti esteri dei paesi periferici: a parità di altre condizioni, i salari nominali dovrebbero subire un crollo dal 20 al 30%. Per giunta secco, una tantum: in sostanza, l’operaio portoghese che oggi è pagato 1000 euro, da domani dovrebbe prendere 700 euro. In verità, quando la formulò per la prima volta, nel 2006, Blanchard definì «esotica» questa opzione, ritenendola politicamente inverosimile. La crisi tuttavia ha reso praticabili anche le soluzioni più ardite e violente.
Ma, siamo certi che l’idea di ristabilire l’unita di classe dei capitali europei scaricando l’onere del riequilibrio sui salari avrà successo? Siamo certi cioè che la riduzione del costo del lavoro nelle periferie consentirà di ricomporre lo scontro capitalistico in atto e permetterà quindi di salvare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione? Per tentare di rispondere prendiamo il caso della Grecia, che presenta varie peculiarità ma che ha più volte anticipato gli andamenti di tutte le periferie dell’eurozona. Ebbene, in Grecia tra il 2008 e il 2012 si registra un calo medio dei salari monetari di tre punti percentuali, un crollo dei salari reali di diciotto punti e una caduta della quota salari di oltre quattro punti. E’ interessante anche notare che il salario minimo fissato dalla legge è precipitato dal 2011 a oggi del 44%, da 877 a 490 euro. Sono cadute colossali. Eppure, nonostante tali precipitazioni, e nonostante una politica di depressione dei redditi senza precedenti storici, la Grecia ha chiuso comunque il 2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti percentuali in rapporto al Pil. Il paese cioè continua a importare più di quanto esporti.
La precipitazione della crisi greca insegna che il feroce tentativo di salvare l’Unione a colpi di deflazione salariale potrebbe anch’esso esser destinato al fallimento. Se così fosse, la scelta di uscire dall’euro e svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici.

Su una “exit strategy” dall’euro la sinistra è in ritardo
In uno scenario simile, è curioso che le sinistre insistano ancora oggi con la riduttiva litania secondo cui «fuori dall’euro sarebbe l’inferno». Come si fa cioè a non capire che il pigro affidarsi a simili espressioni apodittiche vanifica qualsiasi sforzo di comprensione delle reali dinamiche in corso e accentua l’emarginazione politica di tutti gli eredi, più o meno degni e diretti, della tradizione novecentesca del movimento operaio? Beninteso, una spiegazione raffinata della irriducibile fedeltà della sinistra alla moneta unica potrebbe risiedere nella tendenza storica delle rappresentanze del lavoro a cercare il proprio antagonista dialettico nel grande capitale, laddove invece con i piccoli capitali si fatica anche solo ad avviare una lotta per il riconoscimento.
Se i termini del discorso fossero questi, si potrebbe anche approfondire la questione. La verità del nostro tempo, tuttavia, si situa a un livello decisamente più basso: l’adesione a oltranza della sinistra all’euro costituisce oggi un mero riflesso narcisistico, una eco del tempo andato, quando la globalizzazione avanzava senza apparenti ostacoli e ci si illudeva di potere raccogliere residualmente qualche suo frutto, o anche solo qualche briciola. Con lo sguardo ancora rivolto a quella fase superata, la sinistra appare oggi più che mai fuori dal tempo storico. Anche per questo, il suo posizionamento conta allo stato attuale poco o punto negli sviluppi della crisi dell’Unione. L’eventuale deflagrazione della moneta unica e al limite la messa in discussione dello stesso mercato unico europeo dipenderanno dagli esiti di una partita tutta interna agli assetti proprietari del capitale europeo, rispetto alla quale il lavoro e le sue residue rappresentanze appaiono subalterne come non mai. Il problema è che, al di là della grancassa mediatica favorevole all’euro, nonostante gli impegni assunti dalla Bce nella erogazione di liquidità, e considerata l’evanescenza delle decisioni finora assunte in sede europea per l’avvio di programmi di investimento pubblico nelle aree più in difficoltà, quella partita continua a svilupparsi lungo un sentiero che a lungo andare rende insostenibile l’Unione monetaria.
In questo scenario, possibile che le sinistre rifiutino anche solo di avviare una riflessione sulle decisioni da assumere in caso di precipitazione dell’Unione? Possibile che tuttora manchi una indicazione di massima su una exit strategy dall’euro che permetta di tutelare gli interessi del lavoro subordinato? La questione, si badi bene, è cruciale. Le modalità di abbandono di un regime di cambi fissi come l’eurozona sono infatti molteplici, e ognuna può ricadere in modi diversi sui diversi gruppi sociali. In altre parole: esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una eventuale uscita dall’euro. E la sinistra è in netto ritardo.
Da tempo chi scrive ha cercato di insistere su questo punto, in verità con scarso successo. Il dibattito italiano di politica economica sembra infatti ormai riducibile a una mera disputa tra fautori del cambio irrevocabile e sostenitori della libera fluttuazione delle monete, come se l’ordine del discorso politico potesse essere in ultima istanza ricondotto a una scelta del regime valutario. Eppure basterebbe dare un occhio alla letteratura degli anni Settanta del secolo scorso per capire che, almeno dal punto di vista dei rapporti sociali di produzione, la questione è molto più complessa.
Tra i fondamentali aspetti che dovrebbero essere esaminati vi sono ad esempio i cosiddetti «fire sales», come li definisce Paul Krugman; vale a dire, la possibilità che lo sganciamento dall’euro, e la conseguente svalutazione della moneta, possano determinare una caduta del valore dei capitali nazionali di tale portata da mettere le autorità di governo di fronte alla scelta tra favorire eventuali acquisizioni estere a buon mercato oppure contrastarle. Per le sue implicazioni sui rapporti di produzione, la prima soluzione può esser definita “di destra”. La seconda soluzione potrebbe invece essere annoverabile tra le strategie “di sinistra”. Quest’ultima opzione, tuttavia, richiederebbe una messa in discussione, almeno parziale, non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo, con buona pace dei “liberoscambisti di sinistra”. Le cose, come si può notare, si complicano.

Uscita dall’euro “di destra” o “di sinistra”: gli effetti sui salari
La questione dei fire sales è cruciale, ma le sue implicazioni non sono di immediata lettura. Per cercare di afferrare in termini più immediati le differenze tra una opzione di uscita dall’euro “da destra” e una opzione di uscita “da sinistra”, in questa sede può essere allora opportuno soffermare l’attenzione su due sole variabili: il salario reale e la quota salari. A questo proposito, vari studi hanno segnalato che l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione risultano spesso correlati a una riduzione del salario reale, ossia a una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra le ricerche più influenti, è il caso di menzionare uno studio di Eichengreen e Sachs sugli effetti delle svalutazioni che si realizzarono nel corso degli anni Trenta, e un contributo di Lucas e Fallon sugli esiti delle crisi valutarie che si verificarono negli anni Novanta.
I risultati di ricerche più recenti suggeriscono tuttavia una lettura maggiormente articolata dei dati disponibili. Consideriamo nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti nell’ultimo ventennio: Finlandia, Gran Bretagna, Italia e Svezia nel 1992, Repubblica Ceca e Sud Corea nel 1997, Argentina e Turchia nel 2001. Rileviamo che in due dei nove casi alla svalutazione fa seguito un salario reale stazionario nell’anno successivo, mentre negli altri sette casi si registra una sua riduzione. L’entità del calo può essere modesta, come è accaduto in Italia (meno di un punto percentuale), oppure può essere enorme, come è il caso del Messico (meno tredici punti) e dell’Argentina (meno trenta punti). Negli anni successivi gli andamenti sono piuttosto diversificati: in alcuni casi il declino perdura, in altri la ripresa è immediata. In tutti i casi tranne uno, tuttavia, dopo cinque anni dalla svalutazione i salari reali tornano ai livelli precedenti ad essa, e talvolta li superano.
Riguardo invece alla quota salari – vale a dire la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori – l’andamento è più univoco e meno rassicurante. In tutti i casi considerati, un anno dopo la svalutazione la quota salari si riduce. E in tutti i casi, tranne uno, dopo cinque anni la caduta della quota salari si fa ancora più consistente: in Svezia il calo è di due punti percentuali, in Gran Bretagna di cinque punti, in Finlandia di nove punti, addirittura in Turchia di dodici punti. Il nesso con lo sganciamento dal cambio fisso è in molti casi evidente: in Italia, per esempio, nei cinque anni precedenti alla svalutazione la quota salari rimane pressoché stazionaria, mentre nei cinque anni successivi cade di ben cinque punti percentuali.
I risultati ottenuti trovano conferme ulteriori ampliando l’insieme di paesi oggetto dell’analisi. In tutti i casi emerge un ventaglio di andamenti, dipendenti da una molteplicità di fattori e non tutti facilmente decifrabili. Tali esiti aiutano tuttavia a chiarire un punto essenziale: l’effetto di un’eventuale deflagrazione della moneta unica europea sui rapporti tra le classi sociali non è univocamente determinabile. Così come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali, così pure risulta infondata la tesi di chi esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività. Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita dall’euro “da destra”. Contemplarli significa predisporre un’uscita “da sinistra”.

La questione salariale e distributiva è solo un tassello degli enormi problemi che derivano dall’insostenibilità dell’attuale assetto dell’Unione europea. Cercare di affrontarla in modo fattuale ci aiuta tuttavia a uscire da una lettura estremista e manichea della fase. I dati ci dicono che fuori dall’euro non è affatto detto che vi sia un inferno peggiore di quello che già ci circonda, ma non è nemmeno scontato che si possa anche solo intravedere il sole di un nuovo avvenire. Sia come sia, il processo storico è in rapido movimento: nell’uno come nell’altro caso, il peggio che le residue rappresentanze del lavoro possono fare è restare passivamente a guardare.

Estratto di un articolo pubblicato su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013.

L’Italia? Si spia da sola!

di  Alessandro Avvisato

Sullo spionaggio statunitense contro gli “alleati” la reticenza del governo e degli apparati di stato è decisamente vergognosa.

Il presidente del Parlamento Europeo ha protestato, la Germania e la Francia hanno protestato. E’ evidente, anche a occhio nudo, l’assordante silenzio delle autorità italiane sulla vicenda dello spionaggio statunitense ai danni degli “alleati”, incluse le ambasciate italiane a Washington e alle Nazioni Unite. Se Napolitano si è limitato a chiedere “risposte soddisfacenti ad una questione spinosa”, la timidissima dichiarazione del ministro Mauro e quella assai compiacente del ministro Bonino, confermano la totale subalternità – anzi servilismo – degli apparati dello Stato e del ceto politico trasversale di governo – agli apparati degli Stati Uniti.
Emblematico il commento del ministro degli esteri Bonino, secondo cui “L'importante è che gli Usa forniscano tutte le spiegazioni per evitare il blocco delle trattative sull'area di libero scambio tra le due sponde”. Dunque mentre la Germania sottolinea piuttosto chiaramente come la crisi diplomatica non possa non avere ripercussioni sul trattato di libero scambio transatlantico, il governo italiano diventa il paladino più zelante di un trattato che, anche a occhio nudo, favorisce gli Stati Uniti che possono ricorrere – e sono già ricorsi – alla stampa di nuove banconote mentre la Bce continua a negarsi l’opzione del quantitative easing. Parlare di “libero scambio” con questa asimmetria è qualcosa che somiglia al suicidio.
Ma la vicenda è inquietante e grottesca non solo sul piano economico. Per l’Italia è l’ulteriore conferma di un servilismo storico verso gli Usa che diventa però inaccettabile e insostenibile nel XXI° secolo, all'interno di una competizione globale ormai conformatasi intorno ad “aree monetarie” che vanno sostituendo i “blocchi geopolitici” della guerra fredda.
In questi giorni abbiamo letto di come la Gran Bretagna, ad esempio, sia parte del problema per la sua complicità storica con gli apparati di intelligence e militari statunitensi. Nel 2001 una risoluzione del Parlamento Europeo (osteggiata da Londra) condannava il sistema di spionaggio anglo-statunitense che si reggeva sul sistema Echelon. Ma quel sistema aveva uno dei suoi perni più importanti proprio in Gran Bretagna.

Lo spionaggio si è poi evoluto fino al nuovo sistema Prism, attraverso cui gli USA spiano tutti e tutto quello che possono per poi passarlo al setaccio, alleati inclusi. Qualcuno rammenta il lavoro di spionaggio sistematico sulla fiera aerospaziale francese di Le Bourget? Oppure quello finalizzato alla guerra delle commesse tra Airbus e Boeing? In molti cercano di minimizzare: “tra amici ci si spia un po’, lo sanno tutti, lo fanno tutti”.
Ma nell’epoca della guerra fredda contro l’Urss i paesi della Nato erano schierati tutti dalla stessa parte. Gli Usa hanno provato a replicare lo scenario e la gerarchia di alleanza alimentando la “guerra contro il terrorismo”. Ma i tempi sono cambiati e l’asimmetria della crisi e delle soluzioni, tra l’area del dollaro e quella dell’euro, lo rivelano piuttosto brutalmente. Stati Uniti ed Eurozona hanno oggi interessi diverse e soluzioni diverse, le camere di compensazione del passato stentano a funzionare.
E l’Italia in tutto questo? La piccineria e il servilismo del ceto politico – di destra o di centrosinistra - e degli apparati dello Stato verso gli Usa è vergognoso in misura impressionante. Ne abbiamo la conferma in questi giorni sulla vicenda dello spionaggio, ma anche in Sicilia sull'installazione del Muos a Niscemi. Gli Usa vogliono installare un sistema di spionaggio e intercettazione e il governo Letta vuole facilitargli la strada. La stessa cosa fecero Berlusconi e Prodi a Vicenza con la base militare al Dal Molin (oggi Del Din). C'è poi la vicenda dello spionaggio sui colloqui per il gasdotto South Stream siglato tra Italia, Russia e Turchia (allargatosi a Francia e Germania) che gli USA non gradiscono perchè bypassa il loro Nabucco.

In molti di questi casi si ha addirittura l’impressione che l’Italia si sia spiata da sola e poi abbia passato le informazioni all’intelligence statunitense. La reticenza e la riluttanza dei ministri italiani ci sta dicendo questo. Il governo e le forze che lo sostengono meritano di essere spazzati via della storia e dal futuro di questo paese, senza se e senza ma. Presto.

Il miglioramento immaginario dell'area euro


Traduzione di Ugo Sirtori
Una serie di affermazioni sembra accreditare l'idea di una lenta, ma reale, uscita dalla crisi nei paesi del "Sud" dell'area dell'euro. Esse si basano principalmente sulla forte riduzione del deficit commerciale di questi paesi, vista la loro capacità di registrare un surplus commerciale. Ma questa visione delle cose è evidentemente a breve termine, accompagnata da una formidabile miopia per quanto riguarda gli effetti reali della crisi.

Dati OCDE                      



Infatti, se guardiamo il valore delle importazioni e delle esportazioni, constatiamo che in Grecia e il Portogallo le importazioni si sono fortemente ridotte, e che in Spagna e in Italiasono in declino. Quanto alle esportazioni, anche esse erano nel frattempo diminuite molto nel 2010 e, tranne che in Spagna, ancora non hanno riacquistato il loro livello del 2008. È quindi a causa della fortissima contrazione della domanda interna che la bilancia commerciale è migliorata.

Grafico 2 (a) e (b)




Il miglioramento della bilancia commerciale è avvenuto quindi, principalmente, per questo effetto meccanico di compressione della domanda e non da un miglioramento dell'efficienza della produzione, che si tradurrebbe in un miglioramento forte e sostenibile della competitività internazionale. Per provare a vedere come evolve l'apparato produttivo, occorre quindi guardare agli investimenti.
Ora, in tutta l'area Euro, vediamo che la crisi provoca un importante taglio degli investimenti. Questo taglio riguarda anche paesi ritenuti in "buona salute" come la Germania o l'Olanda. In realtà, su questo punto particolare, la Francia appare qui invece in una buona posizione.

Grafico 3 (a)
Dati: FMI
World Economic Outlook, aprile 2013, Washington DC.


Se ora consideriamo gli investimenti detti "non residenziali", vale a dire che non riguardano la costruzione di case, il cambiamento è marcato nei paesi che hanno fornito i dati. Il divario tra la Francia e la Germania è particolarmente marcato e serve a correggere un certo numero di idee sbagliate riguardo il confronto tra i due paesi. In realtà, queste cifre riguardano soltanto gli investimenti sul proprio territorio. All’estero, le imprese tedesche investono più delle aziende francesi, ma essi investono massicciamente fuori dalla Germania, nei paesi dell'Europa centrale che sono diventati la "base produttiva" dell'industria tedesca, o nei paesi emergenti o negli Stati Uniti per sfruttare il cambio relativamente basso del dollaro rispetto all'Euro.
 
Grafico 3 (b)


 
Naturalmente, questa caduta è ancor più pronunciata nei paesi che sono in crisi. Così, per i paesi dell'Europa meridionale, il crollo degli investimenti è davvero impressionante se si guarda la formazione lorda di capitale fisso a prezzi correnti. La caduta è particolarmente forte per la Spagna, la Grecia e il Portogallo. È significativa per l'Italia.

Grafico 4

Se guardiamo ora gli investimenti in euro a prezzi costanti l’abbassamento è spettacolare in Grecia, Irlanda e Portogallo (Figura 5a). nel caso della Grecia, la caduta dell'investimento supera il 60%. È di circa due-terzi in Irlanda. È anche molto significativa (oltre il 40%) in Spagna ed è forte in Italia (figura 5B).
                                     
                                    Grafico 5 (a) e (b).





È quindi chiaro: sia l'investimento immobiliare si è fortemente contratto sia il rinnovamento dell'apparato produttivo è stato colpito permanentemente fin dall'inizio della crisi. Esso non solo si è ridotto in senso assoluto, ma dal 2008 lo scarto dai "paesi nordici" (Germania e Francia) si è ampliato. Tutto converge pertanto nell’indicare che l'attuale recupero degli equilibri commerciali non può essere sostenibile e che la competitività dei paesi dell'Europa meridionale si è deteriorata fin dall'inizio della crisi. Da questo punto di vista, un calo della produttività rischia di rendere insufficiente il calo dei salari (o dei costi salariali) che si sta verificando attualmente a causa delle politiche di austerità.

Questo calo della produttività del lavoro è probabile si verifichi a causa del deterioramento dell’apparato produttivo, ma anche a causa del forte aumento della disoccupazione che distrugge brutalmente le competenze accumulate nelle fabbriche e nei laboratori. Questo fenomeno, se prolungato, richiederebbe molto tempo per recuperare il ritardo di produttività perché la ricostruzione della capacità produttiva, quando essa è stata distrutta massicciamente, richiede tempo.

Grafico 6


Dati: FMI, World Economic Outlook, op.cit..

Non si annuncia così nulla di buono per l’area Euro e possiamo vedere, dai dati del primo trimestre del 2013, che i paesi in crescita sono molto rari. In generale il primo trimestre è stato caratterizzato da un approfondimento della crisi.

Tableau 1
Tasso di crescita (nei dati corretti per variazioni stagionali) rispetto al trimestre precedente.
  






Germania
0,1%.
Spagna
-0,5%
Estonia
-1,0%
Francia
-0,2%
Italia
-0,5%
Malta
0,0%
Belgio
0,1%
Portogallo
-0,4%
Slovacchia
0,2%
Olanda
-0,1%
Grecia
-1,2%
Slovenia
-0,7%
Finlandia
-0,1%
Cipro
-1,3%




Austria
0,0%
Irlanda
0,0%




 
Dati : OCDE e Eurostat.

Questo si riflette sia sul debito sia sulle risorse fiscali del paese. Per quanto riguarda il debito, è chiaro che l'austerità imposta nei paesi dell'Europa meridionale non ha calmato l’aumento del rapporto debito-PIL.

 Dati: FMI, World economic outlook, op.cit.

Ma più preoccupante è l'evoluzione delle risorse fiscali in un certo numero di paesi in crisi. Il declino è particolarmente spettacolare nel caso della Grecia, dove è stato stimato dall'FMI a - 17% dal 2008. Inoltre, le cifre del 2013 sono stime, e sulla base delle ultime informazioni provenienti dalla Grecia, possiamo considerare che la caduta sarà ancora più marcata. Le entrate dovrebbero essere di 76 miliardi di euro, o anche meno, per il 2013, perché, oltre alle aziende, anche i nuclei familiari sono nell’impossibilità di pagare le tasse. Anche il ribasso del Portogallo è stato sensibile. Lì, ancora una volta, le previsioni del FMI per il 2013 sono probabilmente ottimistiche.
 
Grafico 8



Dati: FMI, World economic outlook, op.cit..


Per la Spagna e l'Italia (figura 9) la situazione, senza essere così drammatica come in Grecia, è molto preoccupante.

Grafico 9

  Dati: FMI, World economic outlook, op.cit..

In Spagna, le entrate fiscali a prezzi correnti ristagnano nonostante gli sforzi del governo per migliorare la riscossione delle imposte. In Italia, dopo un lieve aumento, in gran parte attribuibile al governo Berlusconi, le entrate sono progredite molto meno di quel che era stato detto. Inoltre, il governo sarà obbligato a restituirne una parte alle piccole e medie imprese per evitare la chiusura massiccia delle attività nell'estate del 2013.

Il quadro che quindi emerge è quello di un peggioramento della crisi dell'eurozona e dell’inefficacia complessiva delle politiche che sono state adottate fino ad ora. L'unico successo, il miglioramento della bilancia commerciale per i paesi dell'Europa meridionale, è stato ottenuto in modi tali che non può essere sostenibile. Tutti gli indicatori indicano un profondo deterioramento della situazione che dovrebbe segnare la seconda metà di quest'anno e l'inizio del prossimo anno. Dato l'aumento di opposizione politica all’attuale funzionamento e ai principi stessi dell'area Euro, questo prevedibile peggioramento della crisi potrebbe portare a una rottura dalle fondamenta dell’euro. Questa rottura deve considerarsi desiderabile. Infatti, più sarà lunga la crisi e più profondi saranno le conseguenze strutturali sull'occupazione (con la perdita di capacità produttiva), fiscale (con l'istituzione di sistemi di deviazione dei flussi di individui e aziende) ma anche sugli investimenti (con una preferenza per le attività di breve termine come commercio e negozi anziché per quelle realmente produttive). Si spera quindi che l'ormai prevedibile peggioramento della situazione spinga un certo numero di paesi a smantellare la zona euro, dato che la sua sopravvivenza può portare solo più miseria e sofferenza per i popoli d'Europa.

l'acqua è poca e la papera galleggia solo per gli armamenti


Enrico Piovesana  
I due milioni di euro per la parata militare “sotto tono” del 2 giugno – l’anno scorso era costata 2,6 milioni – sono solo la ciliegina sulla torta delle spese militari italiane, che quest’anno ammontano a 17,64 miliardi di euro. Una cifra gigantesca, in linea con gli anni passati, che se per oltre metà va a coprire i costi del personale (9,68 miliardi per gli stipendi di 177.300 persone) e della manutenzione di infrastrutture e mezzi (1,55 miliardi), per il resto serve a finanziare le missioni militari all’estero (un miliardo nel 2013, per due terzi destinati alla guerra in Afghanistan) ma soprattutto l’acquisto di nuovi aerei e navi da guerra, nuovi carri armati e nuove bombe, per un spesa totale che quest’anno sfiora i 5 miliardi e mezzo di euro.

Una corsa al riarmo che sembra dettata non da esigenze di difesa del territorio, ma dalle ambizioni di prestigio nazionale che animano i nostri generali, oltre che dagli interessi economici dell’industria bellica. Del resto, “la quantità e l’operatività delle forze armate dipende dalle ambizioni nazionali”, spiega in un’intervista a Rivista Italiana Difesa il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Claudio Graziano. E se l’Italia si ritiene “una grande potenza”, come dichiarato pochi giorni fa dal ministro della Difesa Mario Mauro, non si può badare a spese.

Quindi, le risorse per i nuovi armamenti devono saltar fuori, anche a costo di continuare a sottrarre preziose risorse dai bilanci di ministeri ‘civili’ che oggi più che mai dovrebbero essere investite nel rilancio dello sviluppo economico e sociale del paese. Dei 5,4 miliardi di spesa in armamenti per quest’anno, 3,18 miliardi provengono dalle casse della Difesa ma 2,18 miliardi sono fondi del ministero per lo Sviluppo Economico (che inoltre finanzia per intero le missioni all’estero) e 42 milioni provengono addirittura del ministero dell’Istruzione.

Vediamo nel dettaglio, iniziando dal programma bellico più oneroso messo a bilancio quest’anno: l’acquisizione di altri sei aerei da combattimento Eurofighter Typhoon, per la bellezza di 1,19 miliardi. La Difesa ci mette solo un obolo da 51,6 milioni: tutto il resto lo paga il ministero per lo Sviluppo Economico: 1,14 miliardi (cento milioni in più dell’anno scorso). E altrettanto pagherà sia il prossimo anno che quello dopo, per altri dodici aerei. Dal 2005 fino al 2022 il programma Eurofigter avrà dirottato dallo Sviluppo Economico l’esorbitante cifra di 6,28 miliardi di euro. Un regalo alla Difesa deciso nel lontano 1997 dall’allora ministero dell’Industria Pier Luigi Bersani (art. 4, legge 266/1997, meglio nota come Legge Bersani).

Si deve invece a Claudio Scajola - che nel 2005, quando era ministro delle Attività Produttive, fece inserire un comma ad hoc in Finanziaria – il sostegno integrale del ministero per lo Sviluppo Economico all’acquisizione di dieci fregate multi-missione (Fremm) per la marina militare. Tale programma, il secondo più costoso per il 2013, prevede per quest’anno una spesa di 655,3 milioni, interamente a carico del Mise (Ministero sviluppo economico, ndr), che il prossimo anno ne verserà altri 449,3 e quello successivo 514,3: in tutto, tra il 2006 e il 2022, ben 2,89 miliardi di euro saranno stati dirottati dal dicastero economico verso questo programma bellico navale. Cui presto se ne aggiungerà un altro da 4,5 miliardi per l’acquisizione di dodici navi da combattimento costiero (Lcs) polifunzionali ancora in fase di progettazione: anche queste, vista la loro natura “dual-use”, saranno con tutta probabilità pagate con fondi del ministero per lo Sviluppo Economico.

Gli altri programmi di riarmo cofinanziati dal Mise sono le nuove bombe di precisione per i Tornado (con 100 milioni solo nel 2013), i carri armati ruotanti Freccia (99,7 milioni), gli elicotteri Nh-90 (82 milioni), i caccia da addestramento M-346 (36 milioni), la digitalizzazione delle forze armate – programma Forza Nec (30 milioni), gli elicotteri Aw-101 (21,5 milioni) e i satelliti spia Sicral-2 (15,1 milioni). I contributi pluriennali stanziati per questi programmi dal ministero dello Sviluppo Economico per il periodo 2006-2024 ammontano complessivamente a 3,14 miliardi di euro.

Alcuni stanziamenti sono però destinati a lievitare, e di molto. Il già citato programma Forza Nec, ad esempio, nei prossimi cinque anni richiederà una spesa di 9,5 miliardi e alla sua conclusione, nel 2031, ci sarà costato addirittura 22 miliardi di euro. Un patrimonio dedicato esclusivamente all’ammodernamento tecnologico delle forze di “proiezione”, vale a dire quelle da impiegare nei futuri interventi militari all’estero. Scriveva nel 2006 l’allora capo di stato maggiore Di Paola: “La trasformazione netcentrica delle forze armate italiane, operante in analogia a quanto avviene nei principali paesi alleati, rappresenta un’esigenza assolutamente prioritaria e ineludibile. Se non lo faremo, resteremo inesorabilmente tagliati fuori dalla possibilità di interoperare nelle missioni multinazionali e scadremo a un livello che, certamente, non corrisponde al ruolo e alle responsabilità del Paese”.

Passiamo ora alle spese militari del ministero dell’Istruzione. A scuola, università e ricerca – cui la neoministro Maria Chiara Carrozza ha appena risparmiato tagli per 75 milioni – quest’anno vengono sottratti, tramite il Cnr, 50 milioni di euro (5 quest’anno e il resto nel prossimo biennio) per l’acquisizione di una nave da guerra che servirà a fornire supporto alle forze speciali e a scorrere i sommergibili. Altri 97 milioni (37 quest’anno e 30 ognuno dei prossimi due anni) sono destinati dal Miur, attraverso l’Agenzia spaziale (Asi), al cofinanziamento del programma satellitare militare Cosmos-Skymed: nello stesso triennio la Difesa sborserà da parte sua solo 27,5 milioni. Questo programma prevede per la sua prosecuzione nei prossimi cinque anni che, accanto ad altri 175 milioni a carico della Difesa, il ministero dell’Istruzione sganci altri 330 milioni di euro: cifra per ora non disponibile e quindi momentaneamente congelata.

Oltre ai programmi di riarmo cofinanziati da ministeri civili, ci sono poi tutti quelli esclusivamente a carico della Difesa (qui l’elenco completo), tra i quali l’acquisizione dei famosi cacciabombardieri F-35, contro i quali Sel e Cinquestelle hanno appena presentato una mozione parlamentare snobbata dal Pd. Per dotarci di novanta di questi costosissimi velivoli (giudicati dallo stesso Pentagono inaffidabili e inferiori a qualsiasi potenziale aereo nemico) spendiamo mezzo miliardo quest’anno, 535,4 milioni l’anno prossimo e 657,2 milioni quello dopo. Nei prossimi dieci anni il programma F-35 ci costerà altri 10 miliardi secondo la Difesa, almeno 15 miliardi secondo stime indipendenti, senza tenere conto degli incalcolabili costi di manutenzione. Una spesa irrinunciabile – secondo il capo di stato maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli – per non essere “esclusi” dai futuri interventi militari all’estero. Come se fosse quello il terreno di confronto per misurare il progresso e il prestigio della nostra Repubblica. Quella stessa Repubblica di cui – in uno dei suoi messaggi alla nazione – Pertini ebbe a dire: ”Si svuotino gli arsenali e si colmino i granai!”.

Clicca qui per leggere la tabella con tutti programmi di riarmo del ministero della Difesa

Gli errori(?) degli economisti embedded



di Vladimiro Giacché, da marx21.it
Il rapporto dell'opinione pubblica e della politica con gli economisti, nel corso di questa lunga crisi, è stato contraddittorio e altalenante.
Per un verso non ha giovato alla buona fama degli economisti il fatto di aver ignorato (salvo pochi lodevoli casi) la gravità della crisi e di non averne inteso le vere cause. Nel 2008 fu la stessa regina d'Inghilterra a porre a un'imbarazzata platea di economisti la fatidica domanda: "perché nessuno si è accorto dell'arrivo di questa crisi?". Le risposte avute non devono essere state troppo convincenti, se nel dicembre dello scorso anno, durante una visita alla Banca d'Inghilterra, è tornata sull'argomento osservando, con un tono che a qualcuno è apparso ironico, che "è davvero difficile prevedere le crisi". D'altra parte, molte delle politiche adottate per contrastare la crisi in Europa – e che in realtà l'hanno aggravata – si sono avvalse di una copertura teorica fornita da economisti e centri studi.

Nelle ultime settimane, però, sono avvenuti alcuni episodi che hanno sollevato in modo esplicito il problema del controllo sulla qualità di questi dati e di queste ricostruzioni teoriche.
Si è infatti scoperto che, almeno su due argomenti chiave, rapporto tra debito pubblico e crescita e relazione tra produttività e andamento dei salari, i dati usati per giustificare le politiche adottate in Europa erano sbagliati, incompleti o esposti in modo tendenzioso. Vediamo.

Caso 1. La "legge del 90%". Possiamo definire così la correlazione tra alto debito e bassa crescita resa famosa da un bestseller economico sulla crisi scritto da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff: un rapporto debito/pil superiore al 90% - questa la loro tesi - sarebbe indissolubilmente legato a una bassa crescita. Conseguenza pratica: per far ripartire la crescita bisogna abbattere il debito pubblico. Anche se nell'immediato la cosa avesse conseguenze negative sui redditi personali (e quindi sulla domanda interna e per questa via sulla crescita), questo sarebbe comunque benefico nel lungo periodo. Questa "legge" ha circolato molto negli ultimi anni, e ha rappresentato uno dei più citati argomenti in favore delle politiche di austerity. Bene, recentemente due professori della University of Massachusetts, Robert Pollin e Michael Ash, hanno affidato a un loro studente, Thomas Herndon, il compito di rifare i calcoli sulla base dati considerata da Reinhart e Rogoff. I risultati, pubblicati il 15 aprile 2013 in un saggio che ha subito fatto il giro del mondo, sono stati decisamente sorprendenti. Le medie erano sbagliate: a causa dell'esclusione arbitraria di alcuni dati, di un modo non corretto di ponderazione dei dati e – dulcis in fundo – per un errore di codice nel foglio excel adoperato. Rifatti i calcoli, si è scoperto che i paesi con debito superiore al 90% del prodotto interno lordo non vedono un calo del pil, ma una sua crescita media del 2,2%! Reinhart e Rogoff hanno ammesso pubblicamente l'errore. Lo stesso non ha fatto però il commissario europeo Olli Rehn, il quale aveva affermato: "è ampiamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca scientifica, che quando i livelli di debito pubblico salgono oltre il 90% tendono a presentare una dinamica economica negativa, la quale si trasforma in bassa crescita per molti anni".

Caso 2. "Per far crescere la competitività bisogna ridurre i salari". In occasione del Consiglio Europeo del 14 marzo 2013, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha effettuato una presentazione su "Situazione economica dell'eurozona e i fondamenti della crescita". Tra i grafici presentati, alcuni mettono a confronto produttività e crescita dei salari. Risultato: in tutti i paesi in deficit (tra cui l'Italia) i salari sono aumentati molto di più della produttività del lavoro. Ergo, la chiave per risolvere i problemi di competitività in Europa è ridurre i salari. Piccolo problema: la crescita dei salari esposta nei grafici è espressa in termini nominali (cioè senza tener conto dell'inflazione), mentre quella della produttività è espressa in termini reali (cioè tenendo conto dell'inflazione). In questo modo, ovviamente, si sovrastima la crescita dei salari. Ma soprattutto si rappresenta come un mondo ideale quello in cui i salari scendono permanentemente in termini reali: infatti, anche considerando il tasso d'inflazione "regolare" secondo la BCE, quello pari all'1,9%, proiettato su 10 anni diventa un'inflazione pari a circa il 20%. E se configuro i miei grafici senza tenerne conto, una crescita dei salari nominali del 20% in dieci anni sembrerà un inaccettabile frutto dell'esosità dei lavoratori, anziché quello che è veramente: una crescita zero dei salari reali, ossia la semplice conservazione del potere d'acquisto di 10 anni prima. Ciò che è peggio, sembra che questa presentazione di Draghi abbia avuto l'effetto di tacitare Hollande nel Consiglio Europeo di marzo, "dimostrandogli" che il problema in Europa non sono le politiche di austerity e il dumping salariale tedesco, ma – al contrario – il lusso immotivato in cui vivrebbero i lavoratori dei paesi latini. La circostanza è stata notata da Andrew Watt, dell'Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung, secondo il quale la presentazione di Draghi sarebbe illuminante da un solo punto di vista: perché farebbe luce sull'ideologia del suo autore.

Conclusioni. Cosa concludere da tutto questo? La prima considerazione da fare riguarda la necessità, per l'opinione pubblica, di una considerazione critica dei dati che le vengono proposti. A questo scopo è necessaria l'opera di centri di ricerca, e anche di un sistema dell'informazione, realmente indipendenti.

"Indipendenza" significa non soltanto indipendenza dal potere politico, ma anche dal potere economico e finanziario. Sembra evidente che, nei nostri paesi sia precisamente questa la condizione difficile da assolvere. Questo vale, spesso e volentieri, anche per le università, che sempre più di frequente sono costrette dai vincoli di bilancio ad accettare generose sponsorizzazioni private, quando non a istituire cattedre finanziate dal big business e a produrre ricerche finalizzate a premere su governi e parlamenti per ottenere una legislazione più favorevole ai committenti.

Ma l'indipendenza più importante, in fondo, è ancora un'altra. È quella nei confronti dei dogmi del "pensiero unico" neoliberista che si è affermato dagli anni Novanta in poi. È precisamente l'obbedienza nei confronti di quei dogmi che può indurre ad accettare come plausibili ricostruzioni non sufficientemente fondate, o a forzarne le conclusioni per restare in linea con l'ortodossia.
È uno schema che abbiamo già visto in opera in passato, nei paesi dell'Est europeo. Non è andata a finire bene.

Una crisi sistemica


di Agenor
 da sbilanciamoci.info

Di fronte alla debolezza di un'Unione monetaria incompleta anche le politiche proposte dal fronte anti austerità francese, italiano e spagnolo rischiano di avere il fiato corto. Non serviranno a sanare gli squilibri esistenti e ad avvantaggiarsene sarà solo la Germania


È ormai ampiamente riconosciuto che la crisi dell’euro ha una natura sistemica, legata alla debolezza di fondo di un’unione monetaria incompleta: il pilastro economico dell’Uem non è mai stato realizzato. Le recenti parole di Jacques Delors, uno dei padri politici dell’unione monetaria, lo spiegano bene: “proposi un patto per il coordinamento delle politiche economiche accanto al patto di stabilità, ma non fu mai accettato. Considerarono sufficiente aggiungere semplicemente la parola “crescita” al nome del patto, che rimaneva un semplice patto di disciplina fiscale. Tutto proseguì fino allo scoppio della crisi finanziaria internazionale. A quel punto le debolezze strutturali dell’Uem furono rivelate”.

Quali siano le ragioni di questa mancata unione, sarà materia per gli storici nei prossimi anni. Quali ne siano le conseguenze, invece, è materia di estrema attualità. Unificando la politica monetaria, e affidandola a un’istituzione tecnica, sopranazionale, avulsa dal controllo democratico, come la Bce, si avviò un processo di integrazione che favoriva il fattore capitale, rispetto al fattore lavoro. La rigidità dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali, l’impossibilità per la banca centrale di agire come prestatore di ultima istanza, il conseguente aumento della spesa per interessi sul debito pubblico, i limiti espliciti ed impliciti alla politica fiscale configuravano una struttura di governo macroeconomico che limitava i margini di manovra di qualsiasi esecutivo nazionale.

Il fattore lavoro rimaneva chiuso entro i confini degli stati nazionali, per ovvie ragioni culturali, di barriere linguistiche, ma anche politiche: in questo lungo cammino di integrazione europea non si è mai provato a creare un sistema di previdenza sociale comune, un mercato del lavoro realmente unico, come per le merci ed i capitali. Come previsto, la maggiore mobilità dei capitali rispetto al fattore lavoro, ha alla lunga creato pressioni crescenti su quest’ultimo, tradotte in blocco dei salari reali, smantellamento dei diritti dei lavoratori, e disoccupazione crescente, che è lo strumento necessario per far accettare le prime due.

La mancanza di meccanismi di stabilizzazione automatica, dopo aver rinunciato alla flessibilità del cambio, che era il meccanismo naturale di aggiustamento agli shock asimmetrici, ha creato le condizioni ideali per questa crisi.

Un’unica politica monetaria per paesi con cicli economici molto diversi ha creato ulteriori squilibri. Basti pensare alla politica espansiva praticata dalla Bce dal 2001 al 2005: in meno di due anni il tasso d’interesse viene tagliato di 2,5% (il doppio rispetto a quanto fatto per reagire alla crisi di questi anni), questo aiuta paesi con bassa crescita, bassa inflazione e domanda interna in contrazione (Italia e Germania), ma droga letteralmente le economie di paesi con alta crescita, alta inflazione e domanda interna sostenuta (Spagna, Grecia e Irlanda).

Gli squilibri macroeconomici sempre più forti all’interno della zona euro hanno diviso, più che unito, i paesi membri, creando una netta divisione fra paesi in surplus ed in deficit commerciale. Tutto il peso dell’aggiustamento è stato posto sui secondi, con svalutazioni interne che rendono insostenibili le condizioni sociali della popolazione. Goldman Sachs ha recentemente calcolato l’entità della svalutazione interna ancora necessaria nei vari paesi, rispetto alla Germania: 15% in Italia, 20% in Francia, 30% in Spagna, 50% in Grecia. Sulla base di queste stime, l’economista tedesco Hans Werner Sinn suggerisce che ciò implica almeno un decennio di austerità in Spagna, un po’ meno in Francia ed Italia, e nessuna speranza per la Grecia.

Ma, avendo la zona euro una bilancia commerciale complessiva quasi in pareggio con il resto del mondo, i paesi in deficit commerciale rappresentano il principale mercato di sbocco per quelli in surplus. Il loro impoverimento, quindi, è destinato a trascinare nella recessione anche gli altri.

Questa è la cornice in cui inquadrare le proposte alternative all’austerità, richieste da Hollande in Francia, dal nuovo governo Letta in Italia, ma anche da Rajoy in Spagna. Il fronte anti-austerità in Europa chiede di negoziare l’allentamento dei vincoli di spesa all’interno del patto di stabilità, per permettere una maggiore spesa pubblica nei paesi in deficit, rilanciando investimenti e domanda interna.

Purtroppo allentare i cordoni della spesa nei paesi in deficit commerciale, fare un po’ di spesa pubblica in più, non servirà a sanare gli squilibri esistenti nella zona euro, se i paesi in surplus continueranno con politiche restrittive deflazionistiche. In altre parole, maggiore spesa in Italia, Francia e Spagna si tradurrà in peggioramento della loro bilancia commerciale, aumento del debito pubblico, della domanda interna, quindi delle importazioni, e in un inasprimento degli squilibri esistenti. Il differenziale di inflazione rispetto alla Germania continuerà ad aumentare.

Tali politiche rischiano di essere controproducenti dato l’attuale contesto macroeconomico, come bere dell’alcool per combattere il freddo dà un sollievo momentaneo, ma col passare del tempo disidrata e peggiora la situazione. L’unico reale beneficiario di tali politiche sarebbe la Germania che vedrebbe ripartire le proprie esportazioni grazie alla ripresa della domanda nei suoi mercati di sbocco. E forse, allora, si capisce perché non ci sia poi una reale opposizione di Berlino a queste proposte.

Da un punto di vista teorico, ha più senso proseguire con le politiche di austerità per sanare gli squilibri che sono alla base di questa crisi sistemica dell’euro, attraverso la svalutazione interna dei paesi in deficit che ne riduce le importazioni, ma riduce anche le esportazioni di quelli in surplus. La realtà dei fatti, però, ci dice che questo non è più socialmente sostenibile. Quali sono, allora, le alternative?

La prima, e più ovvia, in una vera unione politica sarebbe quella di stimolare massicciamente la domanda interna nei paesi in surplus come la Germania: questo aumenterebbe le importazioni dei paesi in surplus e le esportazioni di quelli in deficit, fino a riequilibrare le bilance commerciali degli stati membri. Vorrebbe dire cambiare il modello di sviluppo tedesco dell’ultimo secolo.

La seconda opzione, in unione economica correttamente funzionante, richiederebbe un budget comune consistente che intervenisse come stabilizzatore automatico. Trasferimenti diretti automatici dai paesi in surplus verso quelli in deficit, in altri termini, la “Transferunion” tanto temuta dai tedeschi. È stato stimato che l’entità di tali trasferimenti dalla Germania verso gli altri stati dovrebbe essere di circa 200 miliardi l’anno.

La terza, altrettanto ovvia, alternativa in assenza di un’unione politica ed economica è quella di ripristinare la flessibilità dei tassi di cambio. Questo avrebbe un effetto di stabilizzazione automatico, riassorbendo gli squilibri attuali.

La prima e la seconda opzione dipendono solamente dalla Germania e dalla volontà politica del suo governo. Italia, Francia, Spagna e gli altri paesi “in deficit” possono fare ben poco per persuadere Berlino ad accettare qualcosa che finora non ha mai voluto.

La terza opzione è alla portata di tutti. O quasi. Come ricordava Mario Draghi nel famoso discorso del “whatever it takes”, il “capitale politico” investito nella moneta unica dalle classi dirigenti europee è enorme. In particolare per le forze progressiste di tutti i paesi, dal Pd italiano, al Ps francese, al Psoe spagnolo, alla Spd tedesca. Lo stesso vale per il centrodestra. Non è un caso che in tutti i paesi siano le posizioni più estremiste, a sinistra come a destra, a raccogliere i maggiori consensi. Fare marcia indietro sarà molto difficile, ma l’evidenza dei fatti è sempre più crudele.

Aran: “Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti”



di Stefano Porcari

Il Presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini, ha presentato alla stampa il Rapporto sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, la pubblicazione semestrale dell’Aran che fa il punto sull’andamento delle retribuzioni dei pubblici dipendenti.
Alla presentazione, hanno partecipato Antonio Naddeo, capo dipartimento di Funzione Pubblica, ed Enrico Mingardi, consigliere Aran.
Il Rapporto presenta ed analizza gli ultimi dati disponibili sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici e sulla spesa complessiva per le retribuzioni sostenuta dalle pubbliche amministrazioni. Si conferma il quadro complessivo, già messo in luce dai precedenti numeri del Rapporto, caratterizzato da retribuzioni sostanzialmente ferme e perfino in leggera diminuzione (il 2011 fa segnare, su tutto il pubblico impiego, -0,8%). Le prime anticipazioni sui dati 2012 tendono a confermare questo quadro.
Il Rapporto evidenzia inoltre che la spesa complessiva sostenuta dalla pubblica amministrazione per pagare le retribuzioni (circa 170 miliardi di Euro, pari a poco meno dell’11% del PIL), per la prima volta nel 2011, dopo molti anni di crescita ininterrotta, diminuisce dell’1,6%. Le anticipazioni Istat sul dato 2012 evidenziano un ulteriore significativo calo del 2,3%. La spesa è prevista in diminuzione anche per l’anno 2013.
La riduzione della spesa complessiva si deve non solo al blocco delle retribuzioni, ma anche (in misura prevalente) alla diminuzione del numero di occupati nella PA, passati da circa 3,6 milioni nel 2007 a meno di 3,4 milioni nel 2012 (la diminuzione in cinque anni è stata di poco più del 6%).
Gli andamenti registrati sono principalmente il frutto delle misure di contenimento varate negli ultimi anni e, in particolare:
dei vincoli sul turn-over e dei provvedimenti di riduzione organici, adottati a più riprese nelle manovre di correzione dei conti pubblici degli ultimi anni e riproposti anche nel più recente D.L. n. 95/2012 (“spending review”);
del blocco dei contratti nazionali previsto dal D.L. n. 78/2010;
delle altre misure sulla spesa di personale, previste dallo stesso D.L. n. 78/2010, di cui hanno ampiamente dato conto i precedenti numeri del Rapporto semestrale (ad esempio, congelamento risorse per pagare le voci di salario accessorio e loro riduzione proporzionale in base alla diminuzione degli occupati, blocco degli scatti di anzianità per alcune categorie di personale, blocco spese per le missioni).
Dai dati presentati viene la conferma che, in termini macroeconomici, che gli aggregati di finanza pubblica hanno potuto beneficiare di una dinamica negativa.
Questa certezza è importante, sotto il profilo della tenuta dei conti pubblici, in quanto si tratta della grandezza statistica che viene osservata in ambito internazionale e che orienta il giudizio che si forma sui mercati finanziari.
I risultati indubbiamente positivi sul piano finanziario vanno tuttavia valutati anche alla luce delle possibili ricadute sull’innovazione organizzativa e sulla modernizzazione del settore pubblico. Vi è infatti il problema di vincoli troppo rigidi e circoscritti che rischiano di ostacolare i processi di innovazione organizzativa, tecnologica e di servizio, necessari per conseguire livelli più elevati di produttività, nonché l’ulteriore problema di riduzioni lineari della spesa che “colpiscono alla cieca” e non si pongono il problema di una migliore allocazione delle risorse.
Il Rapporto non manca di sottolineare come sia necessario “tenere insieme” l’esigenza di una dinamica compatibile con gli obiettivi di finanza pubblica con la necessità, sempre più avvertita, di avviare percorsi di cambiamento organizzativo presso le amministrazioni pubbliche per migliorare servizi, prestazioni e tempi di risposta ai cittadini ed alle imprese. Sotto questo profilo, arrivano dal Rapporto alcune concrete indicazioni, come quella di introdurre obiettivi differenziati di riduzione del personale, in base a standard nazionali di utilizzo efficiente delle risorse umane. Su quest’ultimo punto, in particolare, viene presentata e discussa una possibile metodologia di determinazione dei “fabbisogni standard di personale” sugli uffici periferici delle amministrazioni statali. Più in generale, il Rapporto rilancia l’esigenza di guidare ed accompagnare il cambiamento organizzativo delle amministrazioni con adeguate politiche nazionali ed opportuni incentivi.
Comunicato stampa ufficiale dell'Aran del 9 aprile 2013
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Qui di seguito l'interessante articolo uscito mercoledi 10 aprile su Il Manifesto

PUBBLICO IMPIEGO - I dati del rapporto Aran «svelano» il massacro di welfare, scuola e sanità. Lo stato è tornato al 1979
di Roberto Ciccarelli
La cura neo-thatcheriana ai costi dello stato inizia a produrre i suoi effetti: dal 2006 al 2011 i dipendenti pubblici sono passati da 3.627.139 a 3.396.810. Oltre 230mila persone hanno smesso di lavorare per lo stato negli ultimi cinque anni. Questi dati sono contenuti nel rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, presentato ieri dall'Aran, l'agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione nella contrattazione collettiva nazionale.
Contrariamente a una delle leggende diffuse dai sostenitori dello «stato minimo», questi numeri dimostrano che l'Italia è sotto la media Ocse per numero di occupati nella pubblica amministrazione. Sono meno di quelli francesi, e lo si può capire, considerata le tradizioni dei nostri vicini d'Oltralpe. Ma, sorpresa, l'Italia si classifica sotto i paesi presi ad esempio dai sostenitori del neo-liberismo scatenato: gli Stati Uniti e la patria dell'Iron Lady Margaret Thatcher. Sotto di noi ci sono solo i «Pigs» Spagna e Portogallo e il nuovo «faro» della Germania.
Nessun problema, l'Italia la raggiungerà presto, anche grazie al rinvio dei pensionamenti voluti dalla riforma Fornero, il blocco delle nuove assunzioni e al mancato rinnovo degli interinali, tempi determinati e flessibili, già in atto da tempo. Secondo la Ragioneria generale dello Stato sono diminuiti di oltre il 26% negli ultimi 5 anni. Per l'Aran nel 2012 il calo sarà del 2,3% e continuerà nel 2013. Il risparmio sugli stipendi sarà notevole: nel 2011 la spesa è stata di 170 miliardi (-1,6% sul 2010). Nel 2012 è calata a 165,36 miliardi (-2,3%). Anche nelle retribuzioni lo stato italiano viaggia a ritroso nel tempo. Oggi è tornato al 1979. E, purtroppo, non si fermerà.
I settori dove i tagli si sono fatti sentire di più sono quelli che garantiscono il Welfare, scuola e sanità, e poi gli enti locali e i ministeri. Il processo è iniziato con l'ultimo governo Prodi, ma l'onda si è ingrossata rovesciando qualsiasi cosa davanti a sé quando Giulio Tremonti è tornato ad occupare la scrivania di Quinto Sella al ministero dell'Economia, spalleggiato da Renato Brunetta alla funzione pubblica e da Maria Stella Gelmini all'istruzione. Un concerto che ha posto le basi per i tagli del futuro che colpiranno in Lombardia (dove lavora il 25% dei dipendenti pubblici), il Trentino e il Lazio con il 19% e il 18% di dipendenti in eccesso. In Calabria gli uffici sono invece sotto organico del 23%.
Una controprova che l'austerità di Stato continuerà la offre il «rapporto Giarda» sulla spending review (ne abbiamo parlato su il manifesto del 20 marzo). Ci attendono nuovi tagli da 135,6 miliardi di euro sui beni e i servizi, 122,1 miliardi di retribuzioni nel pubblico, e un altro 5,2% a scuola e università che dal 2009 hanno già perso quasi 10 miliardi di euro. Sono previsti tagli del 33,1% alla spesa sanitaria, oltre a un'altra sforbiciata del 24,1% agli enti locali, già taglieggiati dal patto di stabilità interno.
Che fine fanno queste risorse finanziarie? Dovrebbero ripianare il debito, che però è aumentato nell'ultimo anno di 19 miliardi. È probabile che anche i prossimi tagli sulla pubblica amministrazione avranno lo stesso effetto. Questa è la regola dell'austerità: più tagli il debito (Monti l'ha fatto per 21 miliardi in 400 giorni), più il debito cresce a causa degli interessi pagati dallo Stato, mentre l'«efficienza» della spesa pubblica tagliata non migliora, deprimendo gli stipendi dei dipendenti (fermi al 2000 e in diminuzione dello 0,8% rispetto al 2011 e di un altro 0,5 e l'1% nel 2012). Nel privato, invece, sono aumentate del 2,1% negli ultimi 11 anni dove però l'Aran registra un calo dell'occupazione.
Siamo in un circolo vizioso, ma c'è chi ancora pensa di reinvestire i «risparmi» fatti sui ministeri e gli enti locali per finanziare il debito che la P.A. ha con le imprese (l'ha sostenuto l'inarrestabile Gelmini a Piazza Pulita l'altra sera).